Nell'introdurre il primo rapporto, previsto dal Contratto di ricerca, intendiamo accennare brevemente alla cultura della città che lo ha ispirato e al metodo che guida con sistematicità l'esecuzione della Mappatura culturale proposta dall'Istituto di Storia dell'Architettura.
Altrettanto istruttiva sarebbe una breve storia delle precedenti operazioni condotte in Italia e a Genova nell'ultimo dopoguerra, limitandoci al genere di operazioni conoscitive sottese alle successive scelte di norme e di progetti (v. Bibliografia). Nei pochi casi in cui i responsabili non si siano nascosti il ruolo millenario dell'impianto viario medievale e quello più eloquente della continuità proprietaria, questa attenzione alle fonti ha prodotto una pura ripresentazione di dati in ordine cronologico oppure è caduta nella tentazione delle `forme' originarie, con pessime conseguenze per la costruzione di un credibile processo di recupero, come è avvenuto con le assonometrie accattivanti delle case del quartiere bolognese di S. Leonardo conservate nei preziosi `cabrei' dei grandi conventi cittadini.
Nel migliore dei casi, ricorrendo alla produzione medievalista che la erudizione post-risorgimentale ha dedicato agli antichi Comuni, si sono prodotte schedature impostate su schemi analitici `monumentalisti' che porgevano una struttura troppo gracile per descrivere ed interpretare il ventaglio delle tecniche murarie `lombarde' di antico regime, come non offrivano soluzioni al rebus compositivo di una edilizia stratificata nell'edificato e nelle destinazioni di uso ai vari piani. Tanto meno potevano rivelare fenomeni così caratterizzati, ma sparsi e incrociati, da poterli confrontare con quelli di epoche diverse.
E' anche il caso di Genova dove, sotto la Commissione Vita diretta da Giovanni Romano, nel periodo 1959-1964 si è compilata una schedatura completa degli edifici contenuti dentro la cinta del XII secolo, sotto l'asse delle Strade Nuove dall'Acquaverde a piazza R. de Ferrari. Purtroppo a questo patrimonio conoscitivo, conservato con cura perchè sempre utile, i decenni seguiti non hanno aggiunto indagini più ricche di dati e aggiornate nei metodi.
Lo stesso Studio Organico di Insieme (1979-1984), oltre a peccare di poca rappresentatività per la scelta unilaterale delle cinque aree-studio, venne mirato così strettamente al ruolo di una conseguente modellistica progettuale da scontare una disattenzione pregiudiziale a dati ritenuti erroneamente troppo laterali, oltre che carenti e attardati di un ventennio.
Non era certo con questi argomenti che si poteva migliorare quanto formulato dalla Delibera-Quadro, nata anch'essa vent'anni dopo, a sostituire finalmente il fatidico art.18 con cui la C.A. aveva attrezzato nel 1959 il P.R.G. per l'area del cosiddetto `centro storico', introducendovi l'obbligo di Piano Particolareggiato per qualsiasi iniziativa di intervento.
Come in tutto il Paese gli esiti rivelarono una politica urbana, sempre ispirata dalle teorizzazioni disciplinari ma anche ancorata alle tradizioni della burocrazia municipale, che - volente o no - consentiva in ogni caso la sostituzione capillare e sotterranea dell'edilizia cosiddetta minore sia negli interventi-campione di recupero del pubblico che del privato.
In una breve premessa è sconsigliabile soffermarsi sulla questione generale, prima di aver toccato esperienze più ragionevoli e rassicuranti. Tuttavia, più che usare certi episodi stranoti per alimentare una polemica invecchiata, si nota come è il silenzio presso che totale sugli esiti di tanti `metaprogetti' a denunciare la sterilità di troppi studi preliminari, manifestando quella impotenza al progetto fecondo anche di sviluppi di metodo che discende da una cultura astratta della città, in genere quella urbanistica di piano, comprovata in Italia dagli interventi iniziali di Bologna e Assisi, o da quelli più noti e successivi (Ancona, Firenze, Palermo, ecc.).
In breve si potrebbe convenire da più parti come alla teorizzazione urbanistica ed alle mediazioni abituali del governo amministrativo sia mancato sinora il coraggio di una sensibilità `localistica' equilibrata, difficilmente derivabile da schemi generici, assieme all'assenza di un serio e robusto programma di rilevamenti di scala e natura diverse. In alcuni casi italiani, di particolare area accademica, si è addirittura scambiata una lettura meccanicistica della dinamica particellare così da trasformarla in suggeritore prossimo della riprogettazione.
Altre sono le scelte europee, anche volendo iniziare dalla Francia del decreto Malraux con il suo preciso inventario di centri storici governato quasi monarchicamente dall`Architecte du Patrimoine, rispetto alla assenza subito percepibile in Italia di quella azione concreta e diligente di manutenzione pubblica, abituale negli Stati dove esiste una tradizione amministrativa radicata ed ininterrotta di policy o di voirie civica, oltre che per la frammentazione congenita dell'azione fiscale unica forma in cui si esercita il potere degli Enti statali di tutela.
Insomma è impossibile trovare nelle città grandi un caso esemplare di urbanistica della città vecchia dove, alle ragioni sempre riconosciute di una comprensibile trasformazione, si siano preferite in primo luogo quelle cautele intelligenti che soltanto una buona rete di informazioni puntuali può suggerire confortando un governo di programmazione che garantisca la qualità dello spazio urbano senza pregiudicare i ragionevoli mutamenti di un organismo ancora vitale.
Il pensiero rielaborato e applicato in questo programma, che mostrerà più avanti risultati sorprendenti, nasce da uno interesse stimolante e positivo per i concetti di tre generazioni di storici francesi (parcelaire / M. Bloch e plan generateur /M. Poete; longue durèe/ F. Braudel; cartes parcellaires évolutives / A. Chastel). Le loro applicazioni hanno dato vita ad una sfera culturale molto innovativa, ignorata nello specifico dai non addetti ma che i lettori europei avveduti sanno di aver assorbito data la sua penetrazione nelle radici nell'editoria europea, saggistica e scolastica.
Da questo nuovo modo di pensare la storia e la società è sembrata discendere l'attrezzatura più coerente ed efficace per analizzare e interpretare la dinamica materiale ed urbanistica degli insediamenti di grande spessore documentario. Nei testi più noti di Braudel, cittadino onorario di Genova, si coglie con immediatezza la molteplicità di letture che nasce dall'ottica spazio-temporale dei continenti, un quadro di intrecci dove le città europee sono il palcoscenico più significativo ed eloquente dell'immaginazione.
In sostanza il metodo nato dal lavoro della èquipe parigina, istituita da André Chastel per studiare il quartiere delle Halles prima che fosse demolito per il Beaubourg (1965-77), consente un produttivo ritorno alla descrizione puntuale degli oggetti edilizi e degli elementi urbani come documenti di una dinamica di proprietà e di uso. Le fonti sono naturalmente quelle scritte e grafiche come rilievi topografici, progetti e capitolati, estimi, catasti, descrizioni censuarie e demografiche che vi trovano le ragioni di una specifica applicabilità, ricca di incroci informativi e di efficaci risultati.
Il `minimo comune denominatore', scrive Chastel, è costituito dalla particella proprietaria (forma, collocazione e quantità rispetto ai diversi affacci) e dalle sue inter relazioni con lo spazio pubblico, osservato nella fissità della longue durée che assume quando si trova su una percorrenza urbana importante per l'intero manufatto cittadino.
E' per questo e per un passato così avaro di risultati che, a trenta anni dalle esperienze della Commissione Comunale per il recupero del Centro storico (1958-64) e a dieci anni dalla adozione del SOI (1984), l'Università propone un programma di analisi diacronica dell'edificato dove ad una lettura pregiudiziale e finalizzata al progetto si sostituisca la lettura della trasformazione diffusa che impone la fatica di studiarne la complessità dei dati, evitando scelte affrettate e indifferenti in ogni caso allo spessore specifico dell'ambiente.
Il programma, primo fra quelli adottati da una Civica Amministrazione per la lettura della città vecchia, varrà senza dubbio ad arricchire la storia urbana e, con gli stessi dati, a innovare il governo urbanistico in un quadro di temi contestualizzati da cui individuare linee di ragionevole trasformazione, secondo una scansione - non consumista e comprensibile a tutti - che rimanga rispettosa dei caratteri storici perenni e della qualità residenziale di quartieri ancora abitati da cittadini di tradizione locale e, in ogni caso, di normale condizione.
Da quanto detto discendono programmi tematici, modelli di analisi e tempi attuativi che sono stati sinora indicati sinteticamente nel programma operativo di massima, allegato al testo del Contratto di ricerca, ma qui vengono illustrati più analiticamente: