La lunga disponibilità dei materiali prodotti da questa ricerca ha consentito di sottoporre i diversi elementi a un giudizio preliminare che ha evidenziato la necessità di alcune avvertenze o chiarimenti atti a meglio evidenziare le possibilità della consultazione, i limiti e le opportunità di una migliore utilizzazione dei materiali.
Le aree ove si sono riscontrate tali necessità riguardano in particolare:
Sotto questo profilo sin dal rapporto preliminare, in seguito nel rapporto n. 2 sono disponibili alcune valutazioni. L'accesso ai materiali prodotti dal Comune di Genova ha consentito la redazione di un elenco dettagliato che si riteneva poter mettere a disposizione nell'ambito di future attività.
Tra queste anche la realizzazione di una carta digitale a scala variabile per la città vecchia di Genova. E' questa una prospettiva che si integra con un progetto di realizzazione di un sito per la distribuzione di cartografia basato sul prodotto MapServer dell'Università del Minnesota. Un prodotto gratuito in rapido sviluppo che il dipartimento sta testando da alcuni mesi.
In particolare la dicitura 'a scala variabile' non significa 'a scala continua', ma evidenzia il carattere della cartografia tecnica. La variazione di scala, irrilevante in termini di ingrandimento per la cartografia informatica, mantiene il proprio valore proprio qualsisasi siano i mezzi tecnici utilizzati per la sua diffusione.
Si valuti infatti la seguente asserzione: superato un livello dato di dettaglio percepibile a una qualsiasi scala, ogni ulteriore segno aggiunto alla carta costituisce rumore; inoltre: qualora i segni generati da un livello di dettaglio non percepibile alla scala di consultazione superi i segni percepibili a tale scala, la carta cessa di essere leggibile.
Si consideri inoltre che il livello di dettaglio raggiungibile dalla consultazione a video è assai più basso di quello della stampa su carta, infatti la risoluzione dei monitor varia da 72 a 120 punti per pollice (fra l'altro la stampa su carta derivata da calcolatore presenta usualmente risoluzioni assai inferiori alla stampa convenzionale, superando raramente i 400 punti per pollice, un ottavo di quanto usualmente prodotto in litografia), consentendo una percezione del dettaglio molto ridotta rispetto alle norme della cartografia.
Non è quindi sufficiente variare l'ingrandimento per ottenere in senso proprio una variazione di scala. Infatti, nella cartografia tecnica, alla variazione di scala è connessa una variazione negli oggetti rappresentati, non solo un mutamento delle loro misure relative.
Con il crescente ricorso a simboli per rappresentare entità non visibili alla scala di consultazione, gli elementi oggetto della carta assumono dimensioni diverse da quelle reali. Per esempio, nel passaggio tra la scala 1:10.000 alla 1:25.000 le strade principali, che nella prima scala conservavano la dimensione reale, nella scala inferiore si conformano nella dimensione a una classificazione funzionale che costituisce l'oggetto della seconda rappresentazione. Ciò è ancora più evidente a scale minori.
Ma è il variare delle entità rappresentate a costituire il fenomeno centrale del mutamento di scala. Scale fino alla 1:3.500 in stampa e 1:1.200 a video consentono la visualizzazione dei corpi edificati. Poco dissimili sono le scale limite per la visualizzazione dei civici principali (1:1.500 - 1:4.000), dopo di che risulta necessario passare alla visualizzazione dell'isolato che a sua volta non risulta rappresentabile in scale come 1:10.000.
A scale più grandi sono abituali rappresentazioni differenti, come la carta delle coperture (disponibile nella carta 1:500 dei tetti, redatta nell'ambito del progetto Civis sistema) e le rappresentazioni dei muri portanti (eventualmente su riduzione della scala 1:200); al di sopra di questa scala e soltanto per alcune delle zone indicate, sono disponibili alcuni rilievi comunali (specialmente per Prè) di cui è tuttavia ignoto lo stato di aggiornamento.
Tale disponibilità è tuttavia puramente teorica. Con le nuove normative sulla cartografia comunale, tutte le attività di ricerca del settore sono vincolate al pagamento del materiale utilizzato, esclusa naturalmente l'ulteriore diffusione. Salvo ulteriori e diversi accordi nell'ambito della Convenzione quadro tra Comune e Università degli Studi, non sarà possibile la realizzazione del progetto descritto se non per le scale inferiori all'1:1.000. Sono infatti disponibili o in fase di avanzata elaborazione le carte alle scale 1:1.000, 1:5.000, 1:10.000, 1:25.000, 1:100.000, 1.250.000 (ripartizioni storiche del Comune di Genova).
Nell'ambito delle precedenti attività sono stati resi disponibili schemi aggregativi funzionali redatti sulla base del rilievo Vagnetti (con piccole correzioni) di cui non era facilmente accessibile una valutazione. In appendice alla precedente parte del Rapporto finale è stata redatta una avvertenza in proposito.
Si sono riscontrate differenze di coordinate tra il sistema di coordinate Italiane Gauss-Boaga zona Ovest da noi utilizzato e il sistema di coordinate utilizzato per la cartografia comunale della città vecchia.
La differenza indicata, differenza che si manifesta in una modesta ma evidente traslazione a Sud-Ovest della mappa è probabilmente dovuta all'arrotondamento di un coefficiente nell'adattamento della formula del sistema di coordinate UTM effettuato da Datasiel prima che Intergraph rendesse disponibili le coordinate europee nel proprio pacchetto di base. Si conferma a tale proposito che le coordinate dei punti della Mappatura culturale della città vecchie sono esatte, rientrano largamente nell'errore di grafismo della carta da cui sono derivate (1:1.000 -- sono infatti state corrette ricorrendo alla carta 1:500), anche se presentano le inesattezze strutturali presentati nel rapporto preliminare della prima fase (in particolare nei pressi di via Balbi e nell'area compresa tra Piazza Banchi e via Chiossone).
Si ritiene che con la diffusione di versioni aggiornate del software Intergraph -- disponibili fino dal 1996 -- l'errore nelle coordinate venga automaticamente corretto. E' infatti sufficiente effettuare una conversione dal sistema di coordinate adottato dal Comune a UTM e quindi da questo a Gauss-Boaga per ottenere un risultato compatibile con il sistema di coordinate italiano; tuttavia questa procedura introduce un certo livello di errore che potrà essere eliminato ricorrendo alla semplice traslazione di un punto noto.
La restituzione della cartografia storica, attività che ha accompagnato le due fasi della rilevazione, presenta alcune peculiarità che potrebbero risultare poco comprensibili o dare luogo a interpretazioni non corrette.
Si verificano infatti sovrapposizioni assai più limitate del previsto tra la cartografia attuale e quella delle epoche precedenti, di massima definite sovrapponibili.
Il criterio assunto è il seguente, certamente chiaro nella sua applicazione, anche se destinato a dare un ausilio più limitato a chi desideri trarre dal lavoro svolto conclusioni definitive che solo il coordinamento tra diverse fonti può consentire. Si tratta della seguente decisione:
Più volte abbiamo valutato con soddisfazione il criterio assunto, poiché tutti i lavori di dettaglio svolti in seguito hanno confermato piuttosto che annullare genericamente le differenze riscontrate.
In qualche modo meno significativa, anche se talvolta indicativa, la difformità di cavedi e cortili. Infatti, non costituendo elemento di base nell'attività catastale, raramente allo spazio interno è connessa la separazione tra più proprietà private, esso può usualmente assumere carattere meramente descrittivo, senza pretese di esattezza.
Di converso, non si può in ogni caso che confermare la natura indiziaria dell'indagine cartografica. Se una imperfetta sovrapposizione è un potenziale indizio per differenze più importanti, da confermarsi con sopralluoghi più approfonditi o con il ricorso ad altre fonti, la perfetta corrispondenza geometrica non significa che non vi siano differenze eclatanti tra l'edificio rappresentato dalla carta e quello oggetto della nostra valutazione odierna. E' a tal fine stata redatta una carta che mostra le principali variazioni tra l'assetto all'inizio del secolo e la condizione attuale. Ulteriori e più approfondite valutazioni sono indispensabili per una carta di confronto con la cartografia napoleonica.
La definizione di epoca e di tipo risulta talvolta poco comprensibile ai non specialisti. Non risulta cioè comprensibile la frammentazione di tipo connotativo e attuativo e la distinta valutazione di epoca prevalente e antiquaria.
Contrariamente a quanto si potrebbe a prima vista ritenere, la datazione di un edificio non è un processo semplice; non per l'insieme delle conoscenze necessarie, ma per la necessità di effettuare una sintesi tra le diverse datazioni degli elementi presenti.
A rigore il giudizio è correttamente eseguito soltanto su un edificio completamente nuovo o su una rovina abbandonata subito dopo la realizzazione, ovvero in una costruzione che non sia mai stata sottoposta ad alterazioni, in cui la manutenzione si sia limitata ad elementi accessori di limitatissima importanza e in cui il succedersi delle epoche non abbia lasciato alcun segno.
Ciò è ovviamente non possibile; la stratificazione che caratterizza la gran parte degli edifici della città vecchia ha natura frattale, tanto più si distinguono i diversi elementi (elevati, orizzontamenti, scale, aperture, etc.), tanto più emerge una stratificazione più minuta, insomma il fenomen si riproduce qualsiasi sia la scala prescelta.
Al limite l'individuazione dell'epoca prevalente, ovvero di quella che definisce l'assetto generale dell'edificio, diviene impossibile senza sostanziali tradimenti. Come dimenticare, infatti, la presenza di tratti così evidenti, di segni di epoche anteriori come quelli che caratterizzano quanto di autenticamente antecedente rimane dopo un restauro?
Come riconoscere, al di là della lottizzazione, la consistenza di una città ancora largamente medievale quando l'assetto di gran parte degli edifici è stato così profondamente alterato nel corso del XIX secolo? Nel corso dell'indagine il gran numero di reperti o semplicemente la necessità di segnalare una 'seconda autenticità' dell'edificio, ci ha spinto ad individuare una seconda modalità di definizione dell'epoca, che abbiamo definito epoca antiquaria.
Essa si applica sia ai reperti di pratiche 'antiquarie', come i grattamenti di Gaetano Poggi e di Orlando Grosso, sia alle permanenze conservate (o peggio, spostate da edifici demoliti) di Daneri, Labò ed altri (epoca antiquaria XIII-XV sec.), sia alle più involontarie manifestazioni di una stratificazione fatta di successive manutenzioni, sia ancora agli edifici che nel corso del XIX secolo hanno assunto la definitiva condizione di casa d'affitto, mantenendo in alcuni spazi comuni i segni della precedente nobiltà (epoca antiquaria XVI-XVII sec.)
La distinzione tipologica tra attuazione e connotazione si riferisce ai lavori di Aymonino e Rossi (C. Aymonino et al., La città di Padova. Saggio di analisi urbana, Roma 1970., in seguito in C. Aymonino, Lo studio dei fenomeni urbani, Roma 1977.) assunta da Grossi Bianchi e Poleggi come modalità rilevante di analisi, anche in connessione all'elaborazione delle fonti scritte (cfr. in particolare l'Introduzione a Eos, Una città portuale del Medio Evo. Genova nei secc. X-XVI, Genova 1980.).
Una precisa rielaborazione dei tipi individuati da Poleggi per la città vecchia di Genova è in F. Bonora, M. P. Cattani, G. Pigafetta, E. Poleggi, M. Tronconi, Studio per l'insediamento delle facoltà umanistiche nel Centro Storico di Genova, Genova (mimeo) 1984) che si riporta in appendice.
In breve la classificazione segue il seguente principio: il tipo connotativo descrive sinteticamente la condizione attuale dell'edificio (e qui si pone un problema di identificazione, alcune tra le voci sono infatti poco pertinenti quando si valuti una frammentazione in corpi, altre inapplicabili qualora si valutino aggregati, sempre presenti in un contesto di forte densità edilizia, quale la città vecchia di Genova, ma in certo senso gran parte delle città di origine medievale), aggregando per grandi periodi informazioni relative al carattere dell'edificazione (in certo modo l'attribuzione a una classe sociale).
La connotazione perde parte della propria valenza riduttiva se ad essa si affianca una valutazione sulla processualità della trasformazione; il tipo attuativo sarà dunque una classificazione delle modalità con cui si è -- appunto -- pervenuti alla connotazione attuale dell'edificio. Come spesso Poleggi ha aggiunto non v'è qui nulla dell'erudizione conservazionista che ha spesso applicato un anacronismo pregiudiziale nel valutare 'pezzi' importanti del patrimonio edilizio. Si tratta piuttosto di una valutazione impietosa sulla consistenza ragionevolmente valutabile per l'immobile oggetto d'analisi.
Non sembra, tuttavia, casuale che gli utenti possano manifestare perplessità rispetto all'insieme delle quattro valutazioni relative all'epoca e ai tipi. Proprio gli elementi più tipici di questo tipo di rilevazioni (la datazione è l'elemento precipuo di quasi tutte le 'schedature' fino a tutti gli anni '60, mentre il ricorso alla tipologia contrassegna gran parte delle indagini dagli anni '70). Si tratta infatti di valutazioni indubbiamente complesse, sicuramente 'parziali' nel senso appena indicato che ben si gioverebbero di una lettura processuale proprio da parte dell'utente. Sono gli stessi rilevatori a rimarcare i limiti inevitabili di processi valutativi fortemente selettivi che vedono spesso precisazioni fondamentali tra le annotazioni al record edificio.
Non possiamo inoltre non rimarcare come le schede redatte dal Comune di Genova con largo ricorso a questi stessi concetti (quella che viene qui definita come 'epoca antiquaria' segue spesso l'indicazione dei casi più articolati con notazioni del tipo "resti del ..." ma che l'approccio estremamente sintetico tenda a privilegiare l'aspetto della tutela. In realtà, sembra opportuno rimarcare come l'oggetto delle valutazioni sia qui più spesso un oggetto complesso, una aggregazione di edifici in 'architetture' che a questo risvolto talvolta erudito non poteva non sfuggire. A questa natura in qualche modo più attenta agli aspetti processuali di definizione dell'aggregato monumentale (quando esiste, talvolta le schede comunali proprio a partire da questo aspetto, espungono dalla propria valutazione gli edifici di minor dimensione) non possono che attagliarsi i tipi attuativi tipici delle aggregazioni che, non a caso, qui emergono con maggior frequenza. E' in questo senso evidente non trattarsi degli stessi oggetti ma, appunto, di costrutti, di aggregazioni spesso assai pertinenti nell'evidenziare la funzione del palazzo.
Non a caso un confronto tra le due rilevazioni, mai condotto a termine, mostrerebbe una prevalenza di edifici cinque-seicenteschi, di contro a una larga prevalenza dell'Ottocento in questa ricerca. Ma, come più volte si è affermato, il rapporto fra le due rilevazioni necessiterebbe di una unità aggregativa che, appunto, unisse corpi ed edifici della ricerca universitaria in aggregazioni esplicitamente definite, cui dovrebbe corrispondere un livello della cartografia.
Ciò è accaduto in parte nell'ambito della ricerca Atlante di modelli e tipi abitativi di cultura genovese (Murst 60%, annualità 1995-97), fra le cui attività si sono specificamente riarticolati gli edifici prospicienti sulle principali piazze, redigendo anche una speciale cartografia di supporto.